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Il cardillo addolorato di Anna Maria Ortese Spunti per riscoprire una grande del Novecento Cosi’ canto il cardillo: le ragioni dello scrivere di una grande narratrice, Anna Maria Ortese. la sua Napoli, tragica e magnifica.

Risvolto

Tre giovani Signori – un principe, uno scultore, un ricco commerciante – scendono dal Nord dell’Europa verso Napoli. Siamo alla fine del Settecento. Pretesto del viaggio è la visita a un celebre guantaio, che vive a Santa Lucia con le figlie, entrambe «ugualmente alte, impettite, belle e insopportabilmente mute». Così si avvia questo romanzo, nel segno di un carattere che sarà di tutto il libro: la trasparenza e il mistero.

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Scrive nel 1993 la Ortese su Il corriere della sera:”Non so fino a che punto sia lecito inventare qualcosa: una citta’ , delle persone, delle ombre. Le cose devono essere tutte reali sembra. Pero’ com’ e’ difficile trattare del reale! In parte perche’ nessuna cosa, a pensarci, e’ veramente reale; in parte perche’ a lungo andare, il reale si fa noioso, quasi terrificante. L’ invenzione, al contrario, e’ lieta e rassicurante, non per niente i libri dedicati al riposo sono fondati sull’ invenzione. Questo, e’ un libro adatto al riposo? Forse si’ . Quando cominciai a scriverlo fu appunto per riposarmi dal peso del reale con un “onesto divertimento”, come dicono i moralisti. Prima precauzione: eliminare questo secolo e quasi tutto il precedente. Seconda: non esigere da nessun personaggio certificati che ne comprovassero la realta’ , secondo le esigenze filosofiche ancora imperanti. Da nessuna parte dovevano poi sentirsi rombi di motori, stridio di macchine, ronzii di apparecchi elettrici ne’ , soprattutto, vedersi folle umane, maree di nuche come onde di un mare pesante e un po’ cupo, e percepire l’ ansare dei petti intorno agli stadi, in piazze divenute invisibili per la presenza di milioni di spettatori. No; le piazze dovevano essere vuote, le strade (antiche) assolutamente libere; i cieli percorsi solo da nuvole bianche, risplendenti per le note luci universali (sole, e cosi’ via). La critica al cosidetto Palazzo poteva anche esserci, ma con l’ avvertimento che si trattava del Palazzo degli Spiriti. Spiriti, secondo una mia idea (forse da buttare) siamo tutti, mentre il Governatore del Palazzo e’ solo il Tempo. Come si vede, una rappresentazione del reale alquanto discosta dai canoni estetici e storici ancora vigenti.

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 “Se un Cardillo dovesse chiedere di me, eh bien… fatelo pure passare”. Tornato nel suo palazzo a Liegi, il principe Ingmar Neville si dispone all’attesa: il Mistero ha sollecitato il suo cuore. E non si tratta di un “cuore di donna”, ma, lo aveva corretto il Guantaio, “il cuore stesso della Natura.” Ingmar era partito per un “lieto viaggio” con gli amici nella ridente Napoli. Non sapeva che ne sarebbe tornato senza Albert e con un “Cardillo” nel cuore. 

https://i2.wp.com/www.siamodonne.it/siamodonne/wp-content/uploads/copj131.jpgAl “Lettore silenzioso nascosto nel cuore dei rumorosi tempi moderni…, Lettore paziente… fornito di una sua antenna privata per raccogliere il silenzio glaciale dell’Universo” (p. 391) il romanzo di Anna Maria Ortese non tarda a rivelarsi interpretazione magistrale dello spirito tragico del Novecento, ancor più doloroso della tragicità classica, nel conflitto tra l’asserzione del nulla, la negazione di una possibile felicità e il cuore dell’ uomo, che sempre anela. Sin dall’inizio il monito: “E vedrai anche tu, curioso Lettore, seguendo questa storia, come là dietro non c’è nulla. Udrai solo, là in fondo, un povero glu-glu.” All’affermazione del “nulla” si sovrappone l’avvertimento di un “povero glu-glu”: il doloroso singhozzo  dell’uomo che vorrebbe affermare il nulla come realtà certa e invece non può, non riesce il cuore umano a trovarvi quiete.

Quando i tre viaggiatori nordici, il principe Ingmar Neville con l’amico artista Albert Dupré e il commerciante Alphonse Nodier, giungono nell’esotica Napoli settecentesca, ai loro occhi si apre un paesaggio così incantevole che “non poterono quasi reprimere un grido d’ammirazione”. Ma, ad un certo punto, l’Autrice ne interrompe la descrizione: “E qui ci fermiamo. Rievocare i paesaggi del passato non si può, diremmo che Dio non vuole; vi è in essi alcunché dell’Eden consentito all’uomo una volta sola… egli non può rientrarvi.” Si rende necessario frenare la percezione della bellezza, perché potrebbe rivelarsi un’illusione anzi, si afferma che lo è, per difendersi dall’inganno. Altre sono le leggi che regolano la vita dell’uomo: “Dio non vuole”. E, quasi alla fine della storia, l’ineluttabilità della negazione rieccheggia nelle parole della vecchia domestica Ferrantina; alla domanda del principe: “Credete, dunque, che il Cardillo nuoccia a chi lo ama?” Ferrantina risponde: “E’ così… Distrugge chi lo ama… Perché è la nostra memoria, signore… il desiderio dei giorni belli…i giorni impossibili, che tutti abbiamo incontrato… almeno una volta nella vita.” (p.381)

 Del Cardillo, il “tragico uccello”, il cui canto risuona ovunque, nei vicoli di Napoli come nel cuore dei protagonisti, enigmatico regista dell’intricata storia, si intuisce sin dall’inizio il valore simbolico. La morte, rimasta senza spiegazioni convincenti, di un piccolo cardellino, gioco  di una bimba, introduce all’atmosfera di mistero che aleggia su tutta la storia, una storia che è “un dire e smentire continuo” (p. 353). Accadono fatti enigmatici: durante tutta la narrazione ora si arriva ad una spiegazione razionale ora si ritorna nel mistero, perché emerge qualche nuovo elemento che manifesta l’insufficienza della spiegazione data. E così  tra spiegazioni razionali ed enigmi, ad un certo punto, dopo l’ennesima inaspettata rivelazione, il principe, rivolto a Ferrantina, commenta: “Il vostro amore legittimo per don Mariano non era tanto legittimo, se il Cardillo non voleva. E il Cardillo non voleva! Voi l’avete ucciso o creduto di ucciderlo… quel venerdì santo…” (p.381).  Una coincidenza? Un’allusione significativa? Rappresenta Dio il Cardillo, nella persona di Cristo? Forse. O piuttosto, la spietata illusione che Cristo rappresenta agli occhi di chi non riesce ad accoglierlo nella sua reale dimensione d’amore.

https://i0.wp.com/digilander.libero.it/cardellini1/cardellino5_file/MITROVIC_Pisanello-CD.jpgIl Cardillo affascina e fa paura, provoca gioia e dolore. Sembra incantare le vite di tutti; quelli che lo sentono, almeno, perché qualcuno, come l’allegro e superficiale Nodier, significativamente, non lo ha mai sentito (p.314). Il principe Neville, invece, sin dall’inizio avverte il fascino misterioso del Cardillo, lo attende e la sua attesa non sarà vana. Il romanzo finisce proprio con l’epifania del Cardillo al principe. Il nobile Neville, intraprendendo l’avventura napoletana con lo spirito del “sottile, allegro e poco benevolo indagatore e giocatore dei segreti e destini altrui”, vivrà, invece, l’esperienza del Destino. Conosce Elmina, ragazza tedesco-napoletana, figlia adottiva del guantaio don Mariano Civile. Donna Elmina si presenta da subito fredda ed enigmatica. Inizialmente i suoi modi poco raffinati di borghese arricchita suscitano repulsione al giovane nordico, che prende a chiamarla in cuor suo “Capra”.  Neville non sa ancora quanto sia significativo il soprannome e quanta importanza verranno ad assumere per la sua vita le drammatiche vicende della giovane donna. “Capra” rimanda alla dimensione della Natura selvaggia e dionisiaca,  richiama l’immagine del capro espiatorio, di chi assume su di sé il Male del mondo. Durante una processione, secondo la più suggestiva e spettacolare tradizione napoletana, il principe ha un’allucinazione: “…un imprevisto movimento della piccola folla… obbligò i reggitori della portantina a uno scarto improvviso, per il quale l’aurea bacheca si inclinò un poco … lasciando intravedere… la bambinesca figurina seduta su cuscini di raso rosa all’interno. Sembrava, a prima vista, un Bambino Gesù di cera…ma poi, guardando meglio, si vide che era una bella bambina addormentata…col volto di donna Elmina…. Sulla fronte le brillava una luce d’oro, ma non fissa: tenue come una lacrima, saliva e scendeva sull’innocente capo…” (p.260). Certo Elmina può richiamare l’immagine di Cristo, ma solo per il mistero doloroso che cela in cuore.  “Mistero doloroso del cuore umano (all’origine, forse, di ogni dramma dell’Universo), questo mistero nessuno, solo la religione, chi l’abbia, saprà mai illuminare”(p.82). Donna Elmina si vieta “ogni minimo piacere e gusto del vivere”. Il suo comportamento suscita inquietanti interrogativi: doveva forse espiare una colpa segreta? Elmina spiega: “La felicità è male. Amare le creature è male. Solo Dio si deve amare….Dio ha fatto le creature e il loro dolore. Le creature vivono nel dolore, e solo il dolore si deve amare… ” (p.82). Significativa la scissione creatore/creatura, opposta alla concezione cristiana, in cui Dio si fa uomo, si incarna nella Sua  creatura.  A tale lacerazione è dovuta l’ineluttabile condizione umana. Una simile spiegazione lascia il giovane Ingmar costernato: “Come! La felicità è male…” Fondamentale, allora, per principe il consiglio di un anziano Duca polacco, vecchio amico di sua madre, che gli suggerisce di recarsi al cimitero, alla cappella di famiglia dei Civile. Là avrebbe ricavato dalle iscrizioni diverse informazioni utili a dipanare un poco il groviglio di pensieri che gli arrovellava la mente. Solo alla fine si comprenderà il messaggio cifrato dell’Ade! Il futuro era già scritto, la storia già scritta, come i miti antichi, perché è il Fato a reggere le fila delle umane vicende. Ma almeno gli eroi tragici dell’antichità aderendo al destino, pur doloroso, davano compimento al senso della vita e vedevano esaltato il loro valore per questo. Ingmar, leggendo il futuro in quelle iscrizioni del passato, non sapeva ancora di averne davanti il paradigma. Non a caso proprio in quell’occasione il Guantaio spiega al confuso Ingmar: “Ma vi è… vi è qualche noeud, in questo mondo, qualcosa che non capiremo mai: e ciò pesa sulla vita di mia figlia… mi riferisco al cuore stesso della Natura” (p.115). Un mistero insito nella Natura: una legge non scritta, ma prescritta, che vincola i cuori umani al dolore. Inspiegabile, ineluttabile. Come inspiegabile  (razionalmente inspiegabile) la decisione finale di Elmina ( p. 385). Ineluttabile l’appuntamento di Ingmar col Cardillo. Il mistero doloroso celato nel cuore di donna Elmina rivelerà il suo nome anzi i suoi molteplici nomi, Hieronymus Käppchen, Geronte o Gerò, Lillot o Portapacchi, come molteplici sono le forme che cercano di assumere le creature appartenenti ad una dimensione oltrerazionale e per questo respinte dalla modernità e relegate alla sfera della superstizione o della favola, come i folletti. Hieronymus o Lillot è un ragazzo-folletto (non a caso anche “capretto”) che Elmina ha ricevuto in carico da suo padre. Ancora significativo un colloquio del principe con l’amico Duca: “Siamo tuttora, o quasi, nel Secolo dei Lumi, non voglio dire che io abbia abiurato alla mia fede, per la fede nella Ragione, ma ne tengo conto, se permetti, e in questa storia vedo un insulto, bello e dichiarato, alla Ragione Umana (non, sia chiaro, a quella di marca francese). Contestami se ne hai l’animo”. “Povero figlio mio” disse il Duca…. “parli della Ragione Umana (o francese che sia) come se dietro di essa non ve ne fosse un’altra, infinitamente più grande e, credimi, non ignobile. Quella riposta nella Natura! Vorrei ricordarti, a questo proposito, quanto udisti – e vedo che hai dimenticato – dal povero guantaio….” (p. 294)

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Hieronymus o Geronte o Lillot è una creatura non riconosciuta dalla Ragione, “fra noi può solo morire”, un ragazzo-folletto, espressione di quella Natura che resta un noeud inesplicabile, ma pure così vivo e vincolante. Elmina stessa rivelerà ad Ingmar chi è Gerontino:  “… il suo posto è nel cuore di donna Elmina. Questo è il suo luogo e la sua data di nascita. Lo avete capito spero, non ce lo toglie nessuno”. Il principe dapprima si sorprende a desiderare la morte di Hieronymus, per prenderne il posto nel cuore di Elmina; poi, disgustato da questo pensiero, si rivolge a Dio, perché lo respinga all’ultimo dei posti purché Lillot si salvi. Il principe sposa la devozione di Elmina. “Solo il Cardillo era vero, e il dolore e la fedeltà dell’orfana tedesca per Hieronymus Käppchen.” (p.414). Nessun’ altra verità per l’uomo che il dolore e la devozione consapevole a tale doloroso destino. Elmina, novella Ifigenia, abbraccia fino in fondo il Destino: rinuncia alle proposte del principe, che le avrebbero risolto ogni problema, come un deus ex-machina, e continua a dedicarsi con estrema devozione al piccolo folletto. Neville torna al suo palazzo, dove attende a sua volta l’appuntamento col Destino. Quel Cardillo, di cui aveva disposto l’accesso qualora avesse chiesto di lui, ebbene, ora si era presentato. Ed egli lo accoglie. Chi sarà? Il romanzo si conclude con queste parole: “Benedisse il Cardillo che arrivava, e finalmente gli avrebbe spiegato tutto. La follia e la separazione, il dolore e questa gioia che giungeva adesso con lui: tutta calma, fredda, infinita.”

 Il bellissimo romanzo di Anna Maria Ortese, Il cardillo addolorato (Adelphi ),ti  induce  ad ammirare i tesori di un’ immaginazione che non ha pari in Italia: quali artisti del passato l’ avrebbero specialmente amato? Penso , con entusiasmo, Giovanni Paisiello e Ernst Theodor Amadeus Hoffmann, Elsa Morante e Karen Blixen. Due grandi scrittori romantici. 

Non sappiamo mai di quale mondo faccia parte la Ortese, come se il suo destino fosse quello di non appartenere a nessuno spazio e a nessun tempo, simile a quei folletti vagabondi che incantano così intensamente la sua fantasia. Niente la riconduce all’ Italia del 1993. Mentre la si può porre  tra i primi romantici tedeschi, inglesi e francesi:  Coleridge, Nodier, che scrissero libri che assomigliavano un poco ai suoi: , La ballata del vecchio marinaio, La fata delle briciole.

https://i1.wp.com/cmapspublic3.ihmc.us/rid=1329936478081_1129814214_2933/il%20romanticismo%202.cmapQuesta napoletana di elezione ha tutti i tratti dello scrittore romantico: l’ immaginazione sovrabbondante, profondamente gotica: la passione metafisica: l’ amore per la Natura: la tenerezza per le forme fluide della metamorfosi universale: un fuoco incontenibile, a cui la letteratura non basta (l’ abisso della luce e della gioia, che si oppone o si confonde con quello della tenebra e dell’ angoscia,  l’ alternanza di realtà e sogno, di verità e illusione; e il lieve delirio, che sfuma le precisissime sensazioni)

Come gli scrittori romantici, la Ortese ama la Favola. Con nostalgia, ripercorre i tempi nei quali non esistevano i principii di non contraddizione e di verisimiglianza, gli animali parlavano, le sorgenti cantavano,  ogni cosa celava in sé il suo contrario! Racconti teneri e sontuosi All’ inizio delle sue fantasie, ecco La favola d’ Amore e Psiche di Apuleio; e poi la fiaba classica, orientale, barocca e rococò – le Mille e una notte, il Pentamerone e i racconti teneri  di Madame d’ Aulnoy. La favola necessita di ricchezza; ed ecco, nel Cardillo addolorato, il cielo “ricamato, filigranato di stelle d’ oro”; e salotti lussuosissimi, case che sembrano chiese barocche, salotti delle fate: automi che cantano, gemme  Re e Principi, musica e monete d’ oro e carrozze azzurre e infiorate e torte di pan di spagna di frutta e di crema ( quella deliziosa sensazione di falso, senza la quale la fiaba perde il suo sapore.) Ma, con una sensibilità acuta e dolorosa, la Ortese sa che questo grande regno oggi è rovinato e deserto.

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PIETRO CITATI nel  giugno 1993 così scrive:”  Per quanto la sua fantasia inventi, dipinga e decori, i personaggi della fiaba sono morti o moribondi, gli animali cacciati e feriti, le vesti sontuose ridotte a poveri stracci coperti di polvere. Con un’ altra parte del suo cuore, la Ortese ama Napoli e la civiltà napoletana, della quale Il cardillo addolorato è una superba sintesi. Sullo sfondo, l’ immensa metropoli ellenistica, le case-giardino di Pompei – e quel “rosa” e quell’ “azzurro”, che la fantasia le ha sempre attribuito: in questo libro, tutto è rosa – il cielo, le nuvole, le case, le vesti femminili, le palpebre, le guance dei bambini. E poi la grazia del Presepio napoletano, con tutti i mestieri e i cibi e le chiacchere immerse in uno scenario teatrale. E l’ Opera Buffa – con il locandiere che prepara i grandi bricchi di caffè, le montagne rosate di brioches imbevute di miele, e che versa la più squisita cioccolata in tazze finissime con scene di danze e feste campestri; mentre i servi strofinano gli stivali con spazzole rosse. Lì vicino, sta l’ Opera Lirica: con gli amori, le gelosie, gli odi, che visibili o invisibili tenori e baritoni cantano sulle scene della Ortese. Ma Napoli non sarebbe Napoli, se quel rosa non diventasse di colpo, senza che nessuno ci avverta, nerissimo. Lontano ci sono la Sibilla di Cuma, e i Campi Flegrei.

File:Pozzuoli NASA ISS004-E-5376 modified names.jpgVicino, le moltitudini dei morti. “Insomma, uno stuolo immenso di ombre, caro Principe, soggiorna tuttora in queste case, in questi vichi, siede alle nostre tavole, dorme nei nostri letti, si sdraia nelle nostre carrozze… visibile o meno, ma sempre accanto a noi”.

 E la Ortese metaforicamente risponde:” “Ogni tanto, di notte o verso l’ alba, mi sveglio con un dolore che è il più disperato e intollerabile di tutti quelli che ho conosciuto. Non so dove mi trovo …Dove, sia collocato l’ universo, ecco cosa non so. Né come si chiami. E che cosa sia, e di chi sia. Da anni, mi pare, l’ idea di queste infinite strade stellari mi si presenta, la notte, e mi fa gelare, sognare, tremare. Dove sono? Chi – io – fra miriadi di abitanti la Terra, da ogni tempo Cosa, la Terra, fra miriadi di pianeti, di soli, e che cosa questa galassia fra le altre galassie?… Ma il luogo sopratutto vorrei sapere, e so che non saprò mai: dove tutto ciò è presente, e il suo vero nome, e, se non ha nome, il perché di questo silenzio sul nome”.

  In sostanza la Ortese batte alle porte dell’ Essere; e chiede quale sia l’ essenza del mondo e della natura, e chi presieda ai fatti, e quale ne sia lo scopo, e quali l’ ordine, il senso, il principio. Scruta la verità con tutto il corpo: con il suo corpo – e il corpo delle piante degli alberi, delle stelle, delle pietre, degli animali, degli uccelli, in cui si è dilatata. Scrivendo questa  storia simbolica dell’ universo che è Il cardillo addolorato, la Ortese ha rinnovato queste domande. Per la prima volta, credo, ha avuto risposta. Non cerca il mistero nel luogo dove abita la gioia (sebbene anche la gioia sia, a suo modo, un mistero): ma dove abita il dolore, questo dolore non è soltanto quello degli uomini: gli umili,  i sofferenti. La Ortese scende molto più in profondo: in basso, al di sotto della forma e della parola, perché sa che ciò che è sacro si nasconde nell’ oscurità e nell’ abisso. Il vero dolore è quello della Natura; e degli uomini che sembrano Natura – i bambini piccolissimi, muti, sordi, ciechi, idioti, malati di mal caduco, che ci guardano con occhietti di sogno, e formano l’ unico, sterminato regno della sofferenza. Non sappiamo chi abbia causato questo dolore: forse Dio, proiettando fuori di sé la Natura; forse l’ uomo, distaccandosi con troppa violenza da lei. In ogni modo, riconosciamo i frutti della lacerazione. In mezzo a noi, molteplici come gli spettri, fitti nei giardini innevati del Nord o tra i vicoli  di Napoli, si muovono e si agitano i Folletti.

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 Nel Cardillo addolorato, c’ è una Regina dei folletti e dei bambini, come nelle Avventure di Pinocchio c’ è una Fata dai capelli turchini. Il mistero del libro è tutto  attorno a Elmina, una ragazza tedesco-napoletana, figlia adottiva del Guantaio, “che sembra muta di dentro, come non fosse una donna tanto avvenente e dolce, ma una pietra”. Non ama la vita, la gioia, la felicità, la tenerezza, l’ amore: si vieta “ogni minimo piacere o gusto del vivere”, quasi che vivere, per lei, fosse un peccato e dovesse espiare una colpa sconosciuta. Rigida, fedele al poco e al nulla, consacra se stessa al dolore della Natura: cerca di salvare il suo corpo malato e ferito, quei folletti, quei bambini muti e ciechi, che tiene per mano; e scompare, appena essi scompaiono. Più in alto dei Folletti, c’ è soltanto il Cardillo, il cardellino lieto e addolorato: il canto che risuona in ogni pagina del libro, ripetuto dai bambini, dagli automi-uccelli, e dalla voce del cuore: “Oò! Oò! Oò!”e: “Oh! Oh! Oh!”e poi il ritornello: “E vola vola vola lu Cardillo!E vola vola vola… Oh! Oh!”;mentre la luna che sorge  illumina i giardini e le pareti delle nostre case.

Come osserva Giorgio Montefoschi. Il Cardillo ricorda il Simurgh di una leggenda persiana: l’ uccello dal grande becco d’ aquila, dalle penne sfavillanti, dalla coda sinuosa e tortuosa, nel quale i mistici sufi

https://i1.wp.com/www.riflessioni.it/sufismo/sufi-dhikr-2.jpgscorsero un simbolo di Dio. La Ortese non oserebbe dire tanto; e non usa i colori sgargianti  delle miniature persiane, ma le modeste tinte napoletane, il rosa e il celeste angelo o il demone: è il dolore, e ci dà il dolore, ma è anche la gioia e ci dà la gioia: ci comanda, ci protegge, ci fa desiderare il bene, ma si prende gioco di noi e del nostro mondo “volatile e implume”

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