https://i2.wp.com/upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/8/89/Sacra.jpgUmberto Eco  da  Il nome della rosa

I libri sono scrigni che contengono di tutto: possiamo trovarci anche delle ricette.
Il “casio in pastelletto” è cucinato dal monaco deforme e vagamente eretico Salvatore per Adso da Melk, che poi dividerà il piatto con il suo maestro Guglielmo da Baskerville.

IL TESTO

 

E mi raccontò una strana storia. Disse che si poteva rendere qualsiasi cavallo, anche la bestia più vecchia e fiacca, altrettanto veloce di Brunello. Occorre mescolare nella sua avena un’erba che si chiama satirion, ben tritata, e poi ungere le cosce con grasso di cervo. Poi si sale sul cavallo e prima di spronarlo gli si volge il muso a levante e gli si pronuncia nell’orecchio, tre volte a voce bassa, le parole “Gaspare, Melchiorre, Merchisardo”. Il cavallo partirà di gran carriera e farà in un’ora il cammino che Brunello farebbe in otto ore. E se gli si fosse appeso al collo i denti di un lupo che il cavallo stesso, correndo, avesse ucciso, la bestia non sentirebbe neppure la fatica. Gli chiesi se aveva mai provato. Mi disse, avvicinandosi circospetto e sussurrandomi all’orecchio, col suo alito invero sgradevole, che era molto difficile, perché il satirion viene ormai coltivato solo dai vescovi e dai cavalieri loro amici, che se ne servono per accrescere il loro potere. Posi fine al suo discorso e gli dissi che quella sera il mio maestro voleva leggere certi libri in cella e desiderava mangiare lassù. Facio mi,” disse, “facio el casio in pastelletto.”“Com’è?”“Facilis. Pigli el casio che non sia troppo vecchio, né troppo insalato e tagliato in feteline a boconi quadri o sicut te piace. Et postea metterai un poco de butierro o vero de structo fresco à rechauffer sobre la brasia. E dentro vamos a poner due fette de casio, e come te pare sia tenero, zucharum et cannella supra positurum du bis. Et mandalo subito in tabula, che se vole mangiarlo caldo caldo.”“Vada per il casio in pastelletto,” gli dissi. Ed egli scomparve verso le cucine, dicendomi di attenderlo. Arrivò mezz’ora dopo con un piatto coperto da un panno. L’odore era buono.“Tene,” mi disse, e mi allungò anche una lucerna grande e piena di olio.“Per che fare?” chiesi.“Sais pas, moi,” disse con aria sorniona. “Fileisch tuo magister vuole ire in loco buio esta noche.”Salvatore sapeva evidentemente più cose di quanto non sospettassi. Non investigai oltre, e portai il cibo a Guglielmo. Mangiammo, e io mi ritirai nella mia cella. O almeno, finsi. Volevo trovare ancora Ubertino, e di soppiatto rientrai in chiesa….

https://i2.wp.com/albytosck.altervista.org/skuola/schede%20libro/eco/abbazia.jpg Tradotta dal linguaggio proto-esperanto di Salvatore (“parlava tutte le lingue, e nessuna”), ecco la ricetta:

Il casio in pastelletto – 

INGREDIENTI

Formaggio tipo latteria
– Burro o strutto
– Zucchero di canna
– Cannella in polvere

Prendere del formaggio non troppo vecchio e non troppo salato e tagliarlo a fettine. Mettere sul fuoco una pentola con un po’ di burro o strutto e porvi le fettine a intenerire. Quando la cottura è quasi ultimata, spolverare con zucchero e cannella. Servire caldo.

ORA ECO RIVEDE IL ROMANZO ED   ECCO L’ INTERVISTA RILASCIATA A IL CORRIERE DELLA SERA

 

https://i2.wp.com/images2.corriereobjects.it/Media/Foto/2012/01/31/umberto-eco_180x146.jpgChe bisogno c’era di rivedere un romanzo che ha avuto tanto successo?

« Mi davano noia certe espressioni o ripetizioni. Per il lettore ho fatto piccoli aggiustamenti alleggerendo le citazioni latine, anche se avrei potuto fregarmene del lettore visto che il libro ha venduto trenta milioni di copie (ormai dicono, ma forse è la metà). Insomma, a trent’anni di distanza, non avendolo mai toccato mi sono preso il divertimento di fare le pulizie di Pasqua».

 Non conosce la tiratura?

«No, né io né l’editore italiano, perché all’epoca non esistevano ancora le convenzioni con tutto l’Est europeo, la Cina e qualche altro Paese orientale. Quindi traducevano senza dirtelo, e ovviamente senza pagare i diritti. Se non ti mandano rendiconti non sai quante copie hanno venduto, e ti devi basare su congetture».

L’ha irritata quel che ha scritto il critico Pierre Assouline su «Le Monde»: che lei ha voluto semplificare la lingua del romanzo per avvicinarlo ai nativi digitali?

«Ma sì, era un caso di scarsa serietà: si sono messi a parlare senza aver visto il libro. Ma sa, “l’Espresso” mi ha appena mandato l’articolo di un giornale spagnolo online, dove si racconta che sono stato sorpreso in auto dalla polizia di Madrid con una prostituta, sono stato messo in carcere, mi sono ribellato… E già ci sono i commenti dei blogger alla notizia. Cosa devo fare? Andare per avvocati? Poi l’editore spagnolo mi ha informato che si tratta del sito di due ragazzi specializzati in falsi del genere, e che nessuno prende sul serio. Per fortuna».

Che effetto le fa rileggersi?

«Succede per i propri scritti quel che succede per i libri altrui. Ci sono testi di Pavese o di Calvino che ti hanno entusiasmato, ma leggendoli dieci anni dopo pensi: beh tutto qui… Poi passano ancora dieci anni, li riapri e dici: no no, sono molto belli. Dipende dall’umore, dal clima, dall’umidità che c’è nell’aria, come le sciatiche. Così, leggi una tua pagina e ti dici: guarda che roba schifosa che ho fatto, la rileggi un anno dopo e pensi: mica male. Ho riletto Il fu Mattia Pascal pochi mesi fa e mi sono detto: mah, niente di speciale. Per questo bisognerebbe impedire l’esistenza della critica militante».

Perché?

«Perché è troppo metereopatica. La critica accademica supera l’occasionalità: leggi un libro anni dopo, ci lavori, ci torni sopra, lo studi… La critica  invece dipende dal tempo che fa . Una volta usciva un libro di Moravia, il direttore del “Corriere” lo dava a Emilio Cecchi per la recensione, ma non da fare subito: così Cecchi poteva passare anche due, tre mesi su un libro, aveva il tempo. Oggi invece la recensione te la chiedono per domani, anzi ancora prima».

Veniamo alla revisione.

«Ho visto un curioso articolo di Giuseppe Antonelli che diceva: Eco ha tolto settatore per mettere seguace e poi però due pagine dopo ha lasciato settatore… Ma è per quello che l’ho fatto, per evitare la ripetizione! È normale, se hai due volte la stessa parola non è che la sostituisci due volte».

Ma le ripetizioni sono sempre un difetto da correggere?

«Nella mia traduzione di Nerval ho rispettato tutte le ripetizioni dell’originale. Avrà avuto qualche ragione, l’autore, se le ha lasciate: io avrei potuto migliorarlo, ma andando a orecchio mi sono accorto che lui non voleva. Vabbé che era matto, ma non così stupido da ripetere tante volte lo stesso termine senza volerlo».

Con il computer rivedere un libro è facile

«Il primo romanzo che ho lavorato al computer è stato Il pendolo, ma con un sistema di scrittura che non consentiva il controllo. L’isola del giorno prima invece l’ho scritto in Word e sia pure capitolo per capitolo potevo andare a cercare le ripetizioni. Chissà cosa avrebbe fatto Manzoni se avesse avuto Word: il suo lessico era poverissimo e con le concordanze si è scoperto che bene e buono vengono ripetuti un numero impressionante di volte… Ma era la scelta stilistica di un linguaggio popolare e affabile o un accidente precomputer?».

Le piace che venga definito un lavoro di cosmesi?

«Mah, non ci trovo niente di male, se cosmesi non è caricarsi di fard, ma pettinarsi e dare una spuntatina ai baffi… Certo, quando Manzoni comincia a passare dalla Ventisettana alla Quarantana, più che di cosmesi bisogna parlare di un ripensamento. Però se si riprende in mano un libro per dare una sforbiciata qua e là, io parlerei, come tutti, di revisione».

Però i ritratti di Guglielmo e del bibliotecario Malachia hanno subìto più che un lavoro cosmetico: cambiano nell’aspetto fisico, più lieve e meno grottesco.

«Il fatto è che quando scrivevo Il nome della rosa mi compiacevo di un certo gusto citazionistico, poi diventato il segno del postmoderno, che non era ancora così diffuso. Dopo trent’anni uno dice: diamoci una regolata… Nel ritratto del bibliotecario c’era una citazione dal Confessionale dei penitenti neri. A distanza di tempo non mi sembrava indispensabile e l’ho tolta. A Guglielmo ho tagliato i ciuffi di peli giallastri alle orecchie, ma non c’entra il fatto che volevo farlo somigliare a Sean Connery, come è stato detto».

E allora perché questo lavoro di forbici?

«Colpa di Sherlock Holmes. Mi sono pentito infinitamente di avere insistito troppo agli occhi del lettore sul richiamo a Sherlock Holmes con il cognome di Guglielmo da Baskerville. Non ne avevo bisogno, mi ci stavo divertendo ma provocava troppe analogie, dunque gli ho tagliato i peli delle orecchie. Ecco, se questa è cosmesi, va bene. Sono gli unici ritratti che ho cambiato. Li ho resi più indipendenti da altre fonti non indispensabili. In fondo, perché dovevo fare questi ritratti neogotici avvalendomi della trascrizione dell’abate Vallet? Ora sono più medievali».

Ha ridotto anche gli elenchi: sta venendo meno la sua passione per le liste?

«L’elenco deve avere le sue dimensioni giuste. Il libro del telefono è troppo lungo, non lo metterei nell’ Ulisse . Ho alleggerito l’elenco della Coena Cypriani: nell’80 avevo il gusto di scoprire questo testo incredibile, cogliendo tutti i riferimenti, ma per il lettore normale era uno scoglio un po’ difficile da superare. Non volevo finire come Mozart a cui Giuseppe II rimproverò: troppe note».

Un romanzo nato in piena temperie postmoderna e diventato simbolo di quella cultura: come va letto oggi che il postmoderno è al tramonto?

«Prima obiezione: è proprio vero che non è più nell’aria? Solo dopo il romanzo, scrivendo le Postille , sono andato a leggermi John Barth, Donald Barthelme, i teorici del postmoderno, e mi sono reso conto che evidentemente era quello lo Zeitgeist   (spirito del tempo). Ora mi pare difficile dire che sia stata superata quella fase: l’hanno superata forse tanti narratori commerciali, tornati al racconto dei sentimenti, ma Freedom di Franzen non è forse postmodern? Bisognerebbe pensarci su. Seconda obiezione: ammettiamo pure che gli elementi del postmoderno, il citazionismo, il lavoro meta- meta-eccetera, non corrispondano più ai tempi, però un’altra delle condizioni del postmoderno – e su questo ha scritto su di me, per esempio, Linda Hutcheon – è il doublecoding , una forma di scrittura che a un livello strizza l’occhio a un lettore colto, a un altro livello si rivolge a un lettore più ingenuo che non coglie la strizzata d’occhi».

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Del resto, postmoderno o no, lo sanno tutti che la letteratura si fa anche sulla letteratura…

«C’è una famosa battuta degli anni 60: Pasolini sa che il romanzo è morto ma non va a dirlo in giro per non far dispiacere alla mamma. Il lettore si spaventa se vai a dirgli che Omero citava degli aedi precedenti. Ci sono cose su cui la gente si impaurisce. Ricordo che una volta da Maurizio Costanzo c’era Vanni, il nipote, molto simpatico, di Leopardi: parlava di quando il prozio Giacomo andava al casino. A sentirlo in tv la gente si è scandalizzata, non poteva accettare un’ovvietà così offensiva. Ma certo che Leopardi andava al casino! Siccome poveretto non era bellissimo, se la cavava così. Allo stesso modo non si può accettare che Ariosto non facesse altro che citare i poeti precedenti, ma la letteratura si parla addosso molto più di quel che si pensa».

Si dice che il suo romanzo abbia cambiato la letteratura italiana. È d’accordo?

«Sono l’ultima persona a poter rispondere. Ma sa, trent’anni sono pochi. Bisogna aspettare almeno 150 anni per avere una visione esatta. Poi, scusi, ci sono libri che possono apparire provocatori, ma che non cambiano la letteratura. Prenda Gli indifferenti: casca come un sasso in mezzo allo stagno, ma possiamo dire che nei dieci-vent’anni dopo i narratori italiani hanno cominciato a scrivere come Moravia? No. Continuavano a scrivere come Virgilio Brocchi. Forse Il nome della rosa ha incoraggiato alcuni romanzi storici. Prima c’era qualcosa di Malerba, un Chiusano… dopo ne sono usciti a decine: evidentemente ha dato l’impressione che quel filone poteva essere perseguito. In fondo in Italia, diversamente che nel mondo anglosassone o in Francia, non c’era una tradizione di romanzo storico, ci si era fermati all’Ottocento. Ai tempi di Manzoni sono uscite cose illeggibili, come si fa a leggere oggi Margherita Pusterla o L’assedio di Firenze? I pochi buoni romanzi storici, l’Alfiere di Alianello o i Viceré, prima che uscisse Il Gattopardo era come se non esistessero».

È vero che il titolo del romanzo è saltato fuori all’ultimo?

«Avevo tirato giù una decina di titoli, tra cui il primo era Delitti all’abbazia e il meno ovvio era Blitiri , un termine usato dai logici medievali per indicare una parola senza senso. Il nome della rosa è venuto fuori all’ultimo, proprio pensando all’esametro finale: e come facevo vedere la lista agli amici, tutti mi indicavano quello. In fondo piaceva anche a me perché non c’entrava niente col libro, benché poi tutti abbiano cercato di darne interpretazioni sottili».

Paolo Di Stefano – A COLLOQUIO

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ECO OGGI

Umberto Eco: «Encyclomedia, un clic al posto dell’ Enciclopedia»

Spiega Eco: «Internet fornisce una quantità smisurata di informazioni. E allora il tema decisivo, quello che dovrebbe essere insegnato nelle scuole, è la selezione. Come filtrare la conoscenza? Siamo in una situazione paradossale: l’ edizione domenicale del New York Times contiene tante di quelle notizie che per molti diventa impossibile scegliere e leggere. Il risultato è la non informazione, come se invece del New York Times avessimo in mano la Pravda  dell ‘ epoca staliniana». Filtro, selezione. E un punto di partenza dichiarato. Encyclomedia è l’occhio della civiltà occidentale che scruta nel tempo e nello spazio. È un punto di vista dichiaratamente parziale, consegnare ai navigatori di Internet una macchina ipertestuale – spiega ancora Eco-un percorso interdisciplinare e con tanti oblò aperti sulle diverse civiltà del mondo.

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