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Brunetta  – Bruna Mateldi Moretti –   

 ne Il vizio del vestire (pubblicato nel 1981 dalle Edizioni delle donne con una Prefazione di Natalia Aspesi, reperibile solo in biblioteca)  scriveva:

“La folla che assiste a questo spettacolo è eccitata, rumorosa, esibizionista, nervosa e all’erta, gente della moda che si bacia e abbraccia e dice  sei stupenda, ci vediamo stasera, donne un po’ adunche nella rapacità di mostrarsi, ragazze militaresche nel prendere appunti, una montagna di fotografi vocianti e spintonanti, uomini eleganti e sempre sorridenti per professione”.

La moda  lei la definisce «l’utilità delle cose inutili» ed è un pretesto per raccontare le donne, da sempre BAMBOLE PRIMADI DIVENTARE INDOSSATRICI ..

PUPA INGLESE  – 1690 circa

La parola “moda” è introdotta in Italia alla  metà del Seicento, deriva direttamente dal francese ‘mode’, pur se da radice   latina (modus).  Ma il periodo d’oro della bambola-manichino fu il Settecento,  in cui era più facile viaggiare per l’Europa con la richiesta  di abiti sontuosi da parte delle dame delle tante piccole corti (da Antonia Fraser, Bambole, Mursia 1964)

Il declino di  queste bambole spesso realizzate a grandezza naturale, è segnato già dal primo Ottocento, quando si passa  dalla sartoria  artigianale, con un esiguo  numero di lavoranti per un’ élite, a quella più organizzata  che si rivolgeva ad un pubblico sia artistocratico che alto e medio borghese.

ImmagineLE MANNEQUINS

Con il XIX secolo vi è una maggiore richiesta di distribuzione, gli ateliers si ingrandiscono emergono nuove necessità a cui si deve far fronte con brillanti idee. Una di queste è del sarto parigino Charles Worth, re della moda nella seconda metà dell’Ottocento, fornitore di regine, gran dame e attrici fra le più note. Proprio a una sfilata di Worth compaiono per la prima volta le mannequins (dal termine  fiammingo ‘maeneken’ – ometto). Nei primi anni dopo la fondazione della casa  di mode, i vestiti-modello venivano  presentati spesso  dalla moglie del sarto. Ecco  la novità di carattere pratico accanto ad un insieme di teorie e realizzazioni più artistiche che genereranno la grande performance della passerella come la conosciamo  ora.

Arte, letteratura vivono in un continuo scambio momenti di eccezionale vitalità e la moda è partecipe di questo clima.

…Il “romanzo rosa” delle Sorelle Fontana

Dino Cimagalli e il libro di Micol Fontana

L’ autobiografia “Specchio a tre luci”, che Micol scrisse nel 1991 insieme con il giornalista Dino Cimagalli, fu pubblicata poi  da Rai Eri . 

“Ci incontrammo cinque ore al giorno per una ventina di giorni”, dice Cimagalli“, a volte nell’atelier, a volte nella sua casa di via San Sebastianello, e lei mi raccontò nei dettagli tutta la sua vita”.

Nel 1991  lo chiamò e gli disse: “Senti Dino, ho settantotto anni, sono vecchia e voglio tirare i remi in barca, mi aiuteresti a scrivere un libro sulla mia vita? Io non ne sarei capace da sola, sono un!a ex ragazza di Traversetolo e so solo di drittofilo, aiutami tu Dino”. Il giornalista  accettò e così nacque il libro Specchio a tre luci, edito da Rai Eri. Libro che si trova ancora, preso la Fondazione Micol Fontana.

Fontana libro

“Non ci sono per nessuno”, diceva Micol  ai suoi collaboratori “non voglio essere disturbata. E raccontava, raccontava… E io scrivevo, scrivevo… Entrò nei dettagli della sua vita, puntigliosamente, conprecisione. Ricordò tutto, nomi e situazioni.

Cosa potremm0 chiedere a  Cimagalli se si potesse effettuare tale richiesta?

 Hai frequentato Micol, per scrivere il libro. Hai conosciuto anche Giovanna?. “Certamente. l!ho conosciuta molto bene. Era molto legata a Micol, una specie di alter ego. Era la sua casa, sulla Flaminia, la “casa delle merende”. Lo sai che le sorelle Fontana si davano appuntamento al pomeriggio proprio nella casa di Giovanna per la  merenda? A quel tempo eroabbastanza legato alla famiglia.”

Sorelle Fontana

Quando veniva intervistata Micol con  modestia aggiungeva: ”Veniva spontaneo mettere in risalto le qualità della nostra cliente; per noi ognuna di esse era diversa dalle altre, aveva un’anima”.”la moda non si fa con la matita ma con il lavoro e con l’artigianato, con il taglio e il cucito”.
Si capisce, dunque, come la moda abbia perso negli anni la sua vera essenza di “arte”, divenendo solamente  strumento economico.  Ma  almeno in origine, era con le Fontana  arte figurativa, passione,  scommessa contro l’epoca  del dopoguerra, che lasciava pochi spazi alla creatività.
Invece loro, piccole e modeste ragazze di campagna, tutto questo lo avevano in sé e nello spirito che le tenne unite nella vita come nel lavoro per tanti anni e che diede loro il coraggio di affrontare sfide e di commuoversi dinanzi ai risultati.

abiti Fontana campania notizie

 

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