mostra brughel romaUn’intensa mattinata quella che ho  trascorso martedì scorso,  21 maggio, vissuta con curiosità e stupore per  “La dinastia Brueghel” (Mostra  dei Brueghel a Roma. Meraviglie dell’arte fiamminga al Chiostro del Bramante),   una sorta di Wunderkammer (camera delle meraviglie, espressione appartenente alla lingua tedesca, usata per indicare particolari ambienti in cui, dal XVI secolo al XVIII secolo, i collezionisti  conservavano raccolte di oggetti straordinari per le loro caratteristiche intrinseche ed esteriori), quindi una raccolta   fatta di cento meraviglie pittoriche selezionate con competenza, cura e varietà  in quest’evento  una rara occasione per riflettere sul caso prodigioso della famiglia Bruegel (o Brueghel, come si firmeranno i discendenti del Grande Pieter I), una genealogia che nel XVI e XVII sec. si arricchì di ben quattro generazioni di pittori che non solo si confrontarono con una pluralità di altri artisti appartenenti alla grande tradizione dei maestri fiamminghi del passato e guardarono attenti agli Italiani del Rinascimento, ma collaborarono intensamente tra loro, con i loro contemporanei e, per così dire, “vicini di bottega e artisti”  con cui s’imparentarono quali i van Kessel e i Teniers.

 

ImmagineAutoritratto Brueghel il Vecchio

Il passaggio del testimone da una generazione all’altra dei Brueghel  avviene nella ricca e cosmopolita Anversa,

 

Anversa 1500-1600

la “città-mercato”, Corkstadt, il grande porto delle diciassette Province, nuovo centro economico-finanziario del mondo occidentale ancor più vivace di Londra e fulcro del mondo artistico del Nord.La popolazione alla metà del 1500 si era più che raddoppiata, ca. 100.000 persone. Poeti, musicisti, pittori insomma artisti: secondo testimonianze dell’epoca, nel 1560 avrebbero operato ad Anversa ben 360 pittori! Solo i migliori potevano quindi eccellere.

La grande esplosione di Anversa, divenuta una “società” multiculturale per lingue, religioni, usi e costumi, con conseguente grande difficoltà di comunicazione, forse ha ispirato a Pieter il tema della biblica Torre di Babele ( Genesi), ripreso in tre dipinti di cui uno andato perduto.

 

Mostra Brueghel. Meraviglie dell'arte fiamminga

 

 

 

 

 

 

 

 

  

Nella mostra è stato messa in risalto l’influenza artistica subita dal capostipite dei Brueghel da parte di un altro pittore, Hieronymus Bosch, presente a sua volta  nella rassegna con alcune opere tra cui il capolavoro “I sette peccati capitali” proveniente dal Prado di Madrid.

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Mi ha colpito come la mostra, facente parte di un grande progetto internazionale, è organizzata in  cinque sezioni con  circa 100 opere tra dipinti, disegni e opere grafiche. certamente nel visitarla ho potuto ammirare  lavori che raramente si potrebbero vedere esposti poiché  parte di collezioni  sparse nel mondo.

Per  tradizione secoli fa vi era l’abitudine  di proseguire il lavoro dei propri padri. Mercanti, artisti, banchieri, nobili e contadini erano vite ereditabili. Nel  caso della pittura, però, nessuna famiglia ha avuto così tanto successo quanto la dinastia nata da Pieter Bruegel il Vecchio, artista fiammingo che attraverso  le sue generazioni ha caratterizzato l’arte belga per più di un secolo

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Pieter Bruegel

Certamente mi  aspettavo di ammirare  grandi capolavori di Pieter Brueghel il Vecchio e come altri visitatori sono rimasta un po’ delusa. Ma come dice il curatore della Mostra: «Ovviamente…si tratta di tesori inamovibili. La finalità di questa rassegna è un’altra — sottolinea Gaddi, già assessore alla Cultura del comune di Como per 10 anni —. Le oltre 100 opere esposte offrono infatti al pubblico la possibilità di vedere da vicino dipinti concessi in prestito da importanti musei nazionali e internazionali, ma soprattutto da collezionisti privati stranieri. In questo sta l’eccezionalità di una mostra che è riuscita a raccogliere e mettere insieme opere inaccessibili e mai esposte al pubblico». Infatti si deve considerare che è la prima grande esposizione mai realizzata a Roma e dedicata alla celebre stirpe-saga  di artisti.

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A me sono piaciute le riproduzioni fedelissime di fiori

jpgJan Brueghel il Vecchio & Jan Brueghel il Giovane, Natura morta con tulipani e rose in un vaso di vetro, appoggiato su un tavolo, olio su tavola

 

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Ambrosius Brueghel, Coppia di nature morte con fiori, olio su tavola

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Jan Brueghel il Vecchio & Peter Paul Rubens, Madonna con Bambino in una ghirlanda di fiori, 1616-18

L’esposizione di Roma dunque si può collocare nel contesto di un grande progetto internazionale che, dopo le tappe di Como e Tel Aviv, è arrivata  al Chiostro del Bramante in una versione ampliata con l’aggiunta di una ventina di nuove opere per un totale di cento i (circa 80 dipinti e 20 disegni) alcune delle quali mai esposte prima d’ora al pubblico e tutte provenienti da importanti istituzioni pubbliche (tra cui il Tel Aviv Museum of Art, il Kunsthistorisches Museum di Vienna, il Bonnefantenmuseum di Maastricht ,la Pinacoteca Ambrosiana di Milano e il Museo Capodimonte di Napoli) ecollezioni  private internazionali.

 

I fiori di Brueghel – Ammonimento  contro la vanita’

Nei Paesi Bassi del XVII secolo, il genere floreale in pittura racchiudeva l’implicito messaggio morale della Vanitas (con riferimento al brano di apertura del libro dell’Ecclesiaste: «Vanità delle vanità, tutto è vanità»). Essa per certo rappresentava il concetto di transitorietà insito nella bellezza dei fiori – «ogni cosa bella passa» – e la prova di tale importanza  simbolica si capisce dal fatto che spesso venivano raffigurati l’uno accanto all’altro esemplari di stagioni diverse, a dimostrazione che questi dipinti non fossero pure raffigurazioni oggettive, ma comprendevano un messaggio morale ben definito.

Madonna col Bambino in una ghirlanda di fiori / The Madonna and Child Surrounded with a Garland of Flowers, circa 1616 – 1618 -olio su tavola / oil on panel, 64,5 × 49 cm  -U.S.A., Michael Leifer

La pittura a soggetto floreale ebbe inizio nei Paesi Bassi nel tardo XVI secolo, a opera di un gruppo di pittori d’avanguardia tra i quali il più rilevante fu senza dubbio Jan Brueghel il Vecchio, soprannominato “dei Velluti”, seguito da suo figlio Jan il Giovane, che come il padre si distinse soprattutto in questo genere pittorico. La specializzazione in tali soggetti aprì la strada a una sorta di tacita competizione tra gli artisti, sia dal punto di vista compositivo sia della tecnica e della conoscenza botanica, tutti elementi caratteristici  di queste creazioni: Jan Brueghel il Vecchio raffigurò ben cinquantotto specie diverse di fiori in un unico dipinto La valenza simbolica dei fiori, dunque, assume  valore metaforico: la primavera, la giovinezza, la grazia dello sbocciare, il richiamo ai profumi  e  omaggi a Flora, dea della natura, e Aurora, dea dell’alba.

Jan Brueghel il Giovane / the Younger – Mazzo di fiori con gigli rossi in un vaso sferico dipinto / Bouquet with Fire Lilies in a Painted GlobeVase, circa 1635 -olio su tavola / oil on panel, 59,7 × 45,7 cm –Bruxelles, collezione privata / private collection

I fiori esprimono anche valori cristiani: il giglio l’amore, la rosa bianca la purezza, la viola del pensiero la divinità, il giglio selvatico la grazia, il garofano la divina incarnazione di Cristo.
Così possiamo riflettere come nella letteratura greca e romana, predominanza assoluta aveva la rosa, incarnazione artistica della dea dell’amore Afrodite-Venere: un parallelo che aveva radici antiche, poiché secondo la tradizione la prima sbocciò quando nacque Venere. Orazio la interpretò come una bellezza transitoria, avendo vita breve; per Virgilio, invece, la si può paragonare alla  stessa vita, bella e piacevole, ma che può svanire in un giorno.

Boccaccio, infine, nel descriverla ricorse a un’analogia di significato: la rosa racchiude in sé l’ambiguità, «macchia e punge», e al tempo stesso rappresenta la vera passione: un piacere breve, intenso, che lascia un lungo tormento.

(© Estratto da “La dinastia dei Brueghel”, catalogo della mostra, 29 euro, Silvana Editoriale, per gentile concessione. )

 

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