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Alberto Asor Rosa ha tenuto un’interessante conferenza su “Dante e Calvino: un buon motivo per continuare a leggere i classici”. Già Calvino, nella seconda metà del Novecento, si rese conto che era necessario fare qualcosa per spronare le persone a continuare a leggere i classici, patrimonio fondamentale della nostra cultura: e fu proprio per far arrivare il suo messaggio a più persone possibili che pubblicò su “L’Espresso” un saggio, intitolato “Perchè leggere i classici”. Composto da quattordici premesse, il professor Asor Rosa ne ha citate  due, la quarta e la sesta:
“Di un classico ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima”
“Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quello che ha da dire”.
Secondo me  un classico è un libro senza tempo, si potrà rileggere in qualsiasi epoca perchè  messaggio resta sempre attuale, perchè parla al cuore degli uomini, che non smetteranno mai di provare emozioni. Chiaramente la propria  predisposizione e lo stato d’animo che si mette della lettura, è ciò che maggiormente influenza le emozioni che ci trasmette, che magari, quando lo si ri-legge con un  diverso stato d’animo, sono molto diverse.

Si può affermare con Asor Rosa che il senso della tradizione e il culto dei classici è sempre stato molto presente nella letteratura italiana ed  il motivo principale per cui bisogna continuare a leggere i classici lo si trova in questo brano tratto da un articolo su Il sole 24 ore:”  Leggere, voler leggere e saper leggere, sono sempre meno comportamenti garantiti. Leggere libri non è naturale e necessario come camminare, respirare, mangiare, parlare o esercitare i cinque sensi. Non è un’attività primaria, né fisiologicamente né socialmente.  È una forma di arricchimento, implica una razionale e volontaria cura di sé. Leggere letteratura o altro, se non lo si fa per professione, è un lusso, una passione  è un piacere edv  un proposito di automiglioramento. È un modo per uscire da sé e dall’ambiente circostante, ma anche un modo per frequentare più consapevolmente se stessi e il proprio ordine e disordine mentale. La lettura è  uno dei modi in cui ci astraiamo, ci concentriamo, riflettiamo, acquisiamo conoscenze, ci procuriamo sollievo e distacco.”

E allora ecco che si può aderire alla SFIDA DEL BLOG Storie dentro storie che invita alla lettura di un classico al mese.

Il classico che presento su questo BLOG, è Rebecca, la prima moglie di Daphne Du Maurier scrittrice nata  nel 1907 da un’aristocratica e colta famiglia di antichi emigrati francesi. La madre Moriel era una bellissima ex-attrice e il padre, Sir Gerald, fu un ottimo attore e noto impresario consentendole  (già  si sentiva ed era un vero maschiaccio) di frequentare il colorato ed eccentrico ambiente delle star teatrali, i cui liberi costumi contrastavano con l’atteggiamento sessuofobico del padre che lei amava di un affetto morboso.

                    

Daphne era, inoltre, la cugina dei ragazzi Llewelyn-Davies che ispirarono a J.M. Barrie (1860-1937) l’intramontabile “Peter Pan”, mentre il nonno George era un famoso scrittore-disegnatore. Con  queste ricche premesse culturali, affascinata dal mondo della letteratura, giovanissima iniziò l’attività di scrittrice con “Spirito d’amore (The Loving Spirit)” (scritto in otto settimane e pubblicato alla grande da uno zio editore nel 1931). Il romanzo ebbe un certo successo e suscitò l’interesse del maturo Sir Frederick Browning, un alto militare dell’esercito britannico nonché eroe di guerra, che la chiese in sposa (e fu amore a prima vista: dopo tre mesi erano già sposati).

Con “La prima moglie: Rebecca (Rebecca)” (1938), ambientato in un castello eretto sulla  ventosa costa della Cornovaglia, Du Maurier divenne un’autrice di successo, acquistando grande nel 1940 grazie all’ottimo film tratto dal romanzo, diretto da Alfred Hitchcock (che vinse l’Oscar), con Laurence Olivier e Joan Fontaine.                                

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Du Maurier’s Rebecca, a Style Icon

Un libro in parte  ispirato a Jane Eyre perché protagonisti e ambientazioni sono diversi. in comune la trama : “l’eroina orfana, insignificante, giovane e povera, l’innamoramento per un uomo ricco, maturo, dal carattere brusco, segnato dalla vita, il fantasma ossessionante della prima moglie, incubo che svanisce contemporaneamente all’incendio  della casa”.
E non è un caso visto che l’ autrice Daphne du Maurier  ha syudiato a fondo  la famiglia Bronte  pubblicando  la biografia “The Infernal World of Branwell Bronte”-

 

                                               LA TRAMA

Una giovane dama di compagnia in vacanza a Montecarlo; Maxim de Winter, un affascinante vedovo che le propone di sposarlo; Manderley, un’inquietante castello della Cornovaglia che sembra vivere nel ricordo di Rebecca, defunta moglie del giovane sposo, la cui inquietante presenza si trova in mezzo alla nuova coppia ogni giorno. Tale ricordo ossessionante, alimentato da un’eccentrica governante, porta la ragazza sull’orlo della follia finché il mare non restituisce il cadavere di Rebecca. Ma il racconto è soprattutto l’indimenticabile storia di una giovane donna consumata dall’amore e alla disperata ricerca della sua identità.

Secondo me il romanzo è una specie di favola sociale – con finale giallo – che rielabora il mito di Cenerentola. Una donna qualunque, probabilmente simile a tante lettrici del fortunato romanzo, di colpo, come in un sogno, scala tutti i gradini della casta  sociale e si trova ad affrontare difficoltà di ogni genere, riuscendo però a trionfare. Grazie all’aiuto e al sostegno fornito al marito omicida, la donna si guadagna sul campo il rispetto di tutti e diviene, alla fine, realmente la signora de Winter.

Potrei anche affermare una favola domestica, in cui non vi sono veri accadimenti che non siano interni alla residenza di Manderley e alle dinamiche sentimentali che quel luogo suggerisce.. Un romanzo tutto femminile quindi, che racconta esclusivamente vicende familiari, destinato a un indulgente pubblico femminile.

Considerato il più importante romanzo gotico del ventesimo secolo, “Rebecca” è narrato dalla protagonista in prima persona (“Last night I dreamt I went to Manderley again” – “Sognai l’altra notte che ritornavo a Manderley” – è per Stephen King il più bell’attacco della letteratura inglese).

L’autrice Daphne du Maurier (1907-1989) scelse di non nominarla mai, cosicché il lettore non può identificarla con un nome di battesimo: lla scrittrice affermò che all’inizio non gliene era venuto in mente nessuno che le sembrasse adatto e che, solo successivamente, ciò le  era sembrata ” una sfida stilistica”, vinta brillantemente.

                     Rebecca

                                            COVER

La mancanza del nome proprio della protagonista, inoltre, riesce a rendere in maniera estremamente efficace la dicotomia tra la sua personalità e quella di Rebecca che, invece, è continuamente nominata e diventa, senza essere un personaggio attivo, una figura assai presente nel romanzo, tanto da costituire  uno dei tre aspetti del famozo e classico triangolo amoroso. Questo è, in effetti, uno degli elementi più tradizionali che caratterizzano quest’opera. E proprio tale “triangolo” rispecchierebbe, secondo vari critici, quello di cui era parte la stessa du Maurier e che comprendeva, per alcuni, il marito di questa, sir Browning, e la sua precedente fidanzata, mentre per altri esso era composto, oltre che dalla scrittrice, da suo padre – con il quale aveva sempre avuto uno speciale legame – e da sua madre.

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                                         THE CLASSIC TALE

Questo libro mette  in chiave “gotica”  altri elementi della letteratura tradizionale:  la protagonista, salvata da una vita misera ed anonima grazie ad un prestigioso matrimonio, una sorta di Cenerentola moderna, Maxim de Winter, all’inizio una specie di “principe azzurro”: , Ma nel prosieguo sarà lui stesso  a dover appoggiarsi alla giovane moglie per avere un conforto che lo aiuti ad affrontare i problemi giudiziari e le ferite che il suo primo matrimonio gli ha lasciato nell’anima.

Come in tutte le fiabe, poi, non può mancare un castello, in questo caso la dimora di Manderley – che rispecchia la casa dell’autrice stessa, Menabilly, in Cornovaglia – tanto presente nel romanzo da diventare anch’essa un personaggio vero e proprio, oltre che  elemento base  nell’evolversi  degli eventi.

            menabilly

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                                        CORNOVAGLIA

Maxim de Winter, infatti, non è lo “schiavo d’amore” di Rebecca, ma di Manderley, in nome del quale accetta – come si capisce in seguito – di subire le umiliazioni più gravi per un gentiluomo come lui e  di stringere un patto scellerato:“Lassù sull’orlo di quel precipizio” – racconta alla sua nuova moglie – “stringemmo un patto. ‘Io terrò la tua casa’ mi disse Rebecca. ‘Te lo custodirò il tuo prezioso Manderley, ne farò il luogo più famoso in tutta la contea, un luogo che la gente verrà a vedere da lontano. E avremo una folla di amici, che ci invidieranno, e diranno che siamo la coppia più bella e felice e contenta di tutta l’Inghilterra. Che burla, Max, che burla! Che vittoria su tutti quegli imbecilli!’”.

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                             IL CASTELLO

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