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La tendenza tie dye ritorna con l’estate 2020

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Si chiama tie & dye perché, come suggerisce il nome, tramite due semplici azioni – quella di annodare e poi tingere – il tessuto si arricchisce di sfumature effetto delavé. Una tecnica precisa che rimanda immediatamente alle atmosfere hippie degli anni 60 e 70 e, nello specifico, alle tipiche stampe psichedeliche del tempo, con spirali e mandala multicolor

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Photo by Oleg Magni on Pexels.com

Questa tendenza, di cui da qualche stagione designer, It-girl e celeb hanno iniziato a riparlare, è ufficialmente tornata quest’anno. Naturalmente si tratta di un tie dye molto sofisticato, reinterpretato secondo gli stili più diversi. Lo confermano le proposte di Dior, Versace, Off-White, Acne Studios, Isabel Marant, Ralph&Russo e MSGM: i designer che hanno scelto di raccontare questo trend sulle passerelle primavera estate 2020 lo hanno fatto seguendo percorsi diversi, ma raggiungendo tutti risultati eccezionali. Guardare la nostra selezione per credere

….capolavori dell’arte e patologie

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Silvia Mazza  di Finestre sull’arte  

ci indica:” Se l’arte è anche catarsi della sofferenza, conforto dell’anima oltre che diletto per gli occhi, in questo nostro tempo di malattia e morte siamo andati in cerca di esempi di opere d’arte in cui la patologia, sublimata, ha cessato di coniugarsi con il dolore. La malattia diventa elemento che partecipa di un esito squisitamente armonico, e perciò classicamente “bello”, finendo per stabilire anche un canone estetico, come vedremo per la Venere di Botticelli. Nell’esercizio di dialogo tra saperi e competenze diverse, abbiamo così sottoposto alcune opere, celebri e meno note, alla “diagnosi” di un medico con la passione per l’arte….”

In questo particolare momento si è iniziato un “esperimento” di interdisciplinarietà, medici-storici dell’arte, con  risultati interessanti ( come Gian Carlo Mancini, L’arte nella medicina e la medicina nell’arte, Roma, 2008),  il Centro Studi GISED, associazione senza fini di lucro nel settore dermatologico, riconosciuta dalla Regione Lombardia, ha realizzato una galleria virtuale di malattie della pelle documentate nelle opere d’arte,  diventata  mostra itinerante (“Arte e Pelle”). Ad esempio nel  Ritratto della Famiglia di Carlo IV (1800-1801) sulla tempia di Maria Giuseppina di Borbone, infanta di Spagna, zia del re Carlo IV, Goya evidenziò  una lesione pigmentata dovuta probabilmente ad un melanoma, un tumore cutaneo pericoloso se non diagnosticato precocemente.

goya maria_giuseppina_di_borbone

Studio di melanoma

o una cheilite angolare o boccheruola, una infiammazione della bocca, al lato destro delle labbra nel ritratto La vecchia (1506) di Giorgione (Castelfranco Veneto, 1478 – Venezia, 1510)

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La vecchia

oppure le cicatrici  nel Ritratto di Sir Richard Southwell /1536) di Hans Holbein il giovane (Augusta, 1497 o 1498 – Londra, 7 ottobre 1543)  dovute a una forma di tubercolosi cutanea detta anche scrofuloderma

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Richard_Southwell

Diversi sono gli studi che considerano l’arte come disciplina utile per il miglioramento di competenze alla base della professione medica, come quello condotto dalla Sapienza di Roma nel 2016 (“Arte e Medicina: dalla visione alla diagnosi”, a cura di Vincenza Ferrara). Tra i capitoli ce n’è uno dedicato alla iconodiagnostica.

Arte e medicina

saggio

In iconodiagnostica ci aggiorna ancora  Silvia Mazza, “si  sono cimentati vari medici. Come Vito Franco, docente di Anatomia patologica presso la facoltà di “Medicina e Chirurgia” dell’Università di Palermo, che ha “visitato” un centinaio di opere diagnosticando diverse malattie ai personaggi raffigurati. Dall’aracnodattilia, di cui sarebbe affetta la Madonna della rosa (1530) di Girolamo Francesco Maria Mazzola, detto il Parmigianino (Parma, 1503 – Casalmaggiore, 1540), per le dita sproporzionatamente sottili ed allungate rispetto al palmo della mano, come le zampe di un ragno,

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Particolare 

o ipercolesterolemia della Gioconda (1503-1504) di Leonardo da Vinci (Vinci, 1452 – Amboise, 1519) desunta dall’accumulo di grasso sotto l’occhio sinistro

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Gioconda

INFINE…la giornalista  è andata  col dottor Raffa alla ricerca della patologia anche quando non è l’oggetto dichiarato dell’opera d’arte, cogliendola e diagnosticandola attraverso un dettaglio..  accertare la manifestazione di una malattia, come fatta dalla iconodiagnostica sull’opera dei maestri del Rinascimento, come la Fornarina (1518 – 1519) di Raffaello, in cui sarebbe rappresentato un tumore alla mammella. Raffaella Bianucci, con i colleghi dell’Università di Torino, ha pubblicato su “The Lancet Oncology” una ricerca su alcune opere per seguire la manifestazione di tale malattia, come La notte

la notte

Ghirlandaio

(1555-1565) di Michele di Ridolfo del Ghirlandaio (Firenze, 1503 – 1577), trasposizione in pittura dell’analoga figura scolpita da Michelangelo per la tomba di Giuliano de’ Medici, duca di Nemours (1524-1534), nella Sagrestia Nuova di San Lorenzo a Firenze, e L’allegoria della Fortezza (1560-1562) di Maso di San Friano (Firenze, 1531 – 1571)attivo per quasi mezzo secolo, “sono almeno tre i dipinti in cui egli avrebbe rappresentato un cancro al seno: Le tre Grazie, Orfeo ed Euridice e Diana e le sue ninfe”.

In fondo medici e pittori condividono lo stesso patrono, san Luca.

 

 

AMARE IL VERDE E L’AMBIENTE…

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 un tempio la Natura ove viventi
pilastri a volte confuse parole
mandano fuori; la attraversa l’uomo
tra foreste di simboli dagli occhi
familiari.

IL NOSTRO GIARDINO

PRIMAVERA IN ARRIVO

(Da Corrispondenze di Baudelaire, trad. it. Luigi De Nardis, Milano, Feltrinelli 1964)

Ambiente verde

AMARE AMBIENTE 

Amare l’ambiente significa averne cura

Nei paesi ricchi e sviluppati le problematiche ecologiche sembrano entrare ormai a far parte della coscienza collettiva e ognuno è chiamato ad acquisire la cognizione delle possibilità e delle responsabilità nell’uso delle risorse naturali

 azioni concrete per amare la Natura

ROSA RIFIORENTE

ROSA RIFIORENTE 

tornare a frequentare la Natura.  Solo dopo una frequentazione e una conoscenza reciproca, potrà crearsi una  connessione potente. Questo ci permette di evolvere, essere persone diverse, libere e felici. O come mi piace dire di“rinascere in Natura”.

Leggiamo  racconti sulla Natura come

  • L’uomo che piantava gli alberi di Jean Jono
    • Walden. Vita nel bosco di Henry Thoreau
    • Il libro della giungla di Rudyard Kipling
    • Il segreto del bosco vecchio di Dino Buzzati

Passeggiare  nel bosco. Senza avere fretta di arrivare da qualche parte. Osserviamo  le  sfumature delle foglie, sentiamo i profumi nell’aria, ascoltiamo i suoni armoniosi delle piante e degli animali. Lasciamoci  trasportare dalla melodia del Bosco; osserviamo  piante e animali. Nel suo libro “Walden, vita nel bosco”, l’autore Henry Thoreau racconta di una volta in cui assistette per ore ad uno  scontro tra formiche rosse e formiche nere e lo descrive come una vera e propria battaglia tra eserciti opposti.
Nella Natura ci sono microcosmi e macrocosmi in cui perdersi. Studiamo i meccanismi di come gli alberi traggono nutrimento da luce e acqua, di come i miliardi di km di radici interagiscono tra di loro e  come si avvisino l’un l’altro di attacchi di parassiti.
È un mondo affascinante che puoi osservare direttamente o leggere nei libri. Ad esempio, ti consiglio “La vita segreta degli alberi” di Peter Wohlleben; contempliamo la bellezza della Natura  anche mediante le nostre piante

UN PIANTE ORIGINALE NEL NOSTRO PICCOLO GIARDINO

 PIANTA GRASSA DALLA FORMA ORIGINALE  NEL NOSTRO PICCOLO GIARDINO

PIANTA CAVOLO ROSSO

CAVOLO ROSSO

CARI LETTORI mi sono interessata da sempre di ambiente, natura, letteratura che ne tratta Credo fortemente che amare la natura il verde che ci circonda sia avere consapevolezza che vivere tutelando la Natura sia una necessità per noi stessi, per il nostro benessere e la nostra salute.
Conoscere poi attraverso SCRITTORI E SCRITTRICI di ogni epoca quanto l’Ambiente sia stato celebrato in opere letterarie, ha potenziato il mio interesse ed affinato la mia ricerca.PERCORSO INSIEME…
introduciamo  “Elizabeth and her German garden”, Il giardino di Elisabeth, assoluto bestseller del 1898, che superò gli autori allora alla moda: ” nel giardino Elisabeth legge, sogna, prepara la sua carriera di scrittrice. Nella cura delle piante e dei fiori, nella maternità, nel trascorrere delle stagioni, nella fuga della distruttività dei rapporti sociali…”. Elizabeth von Arnim scrisse 21 romanzi, era piccola, carina, elegante, spiritosa, colta; il suo primo romanzo venne pubblicato anonimo nel 1898 ed ebbe tanto successo che Elizabeth rimase il “nom de plume” di Mary Annette.

Nel ricercare notizie sull’autrice  salta all’occhio questa citazione:

“E’ il giardino il posto in cui vado a cercare rifugio e riparo, non la casa (…) là fuori i doni del cielo mi si affollano intorno a ogni passo (…) è là che mi rammarico della cattiveria che c’è in me, di quei pensieri egoisti che sono molto peggiori di quanto sembri; è là che tutti i miei peccati e le mie stupidaggini sono perdonate, là che mi sento protetta e a mio agio, e ogni fiore, ogni erba è un amico e ogni albero è un amante”.

In fuga dall’opprimente vita di città, l’aristocratica Elizabeth si stabilisce nell’ex convento di proprietà del marito, un luogo isolato e carico di storia in Pomerania. A vivacizzare le giornate della signora ci sono le tre figlie – la bimba di aprile, la bimba di maggio e la bimba di giugno –, le amiche Irais e Minora, ospiti più o meno gradite con le quali intrattiene conversazioni brillanti e conflittuali, sempre in bilico fra solidarietà e rivalità femminile, e poi c’è lui, l’uomo della collera, «colui che detiene il diritto di manifestarsi quando e come più gli piace».
Ma soprattutto c’è il giardino, una vera e propria oasi di cui Elizabeth si innamora perdutamente. Estasiata dalla pace e dalla tranquillità del luogo, trascorre le ore da sola con un libro in mano, immersa nei colori, nei profumi e nei silenzi, cibandosi soltanto di insalata e tè consumati all’ombra dei lillà.
Mentre le stagioni si susseguono, Elizabeth ritrova se stessa, i suoi spazi, i suoi ricordi e la sua libertà.

Il giardino attraverso il trascorrere delle stagioni, il fiorire e lo sfiorire delle piante, diventa la metafora della vita…

Raffaello

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Chi è Raffaello Sanzio?Chi è Raffaello Sanzio?

Raffaello Sanzio (1483-1520), formato nella bottega del padre Giovanni Santi, cresce a Urbino nel  clima culturale della corte dei Montefeltro.
Dopo le premature morti dei genitori, Raffaello entra in contatto con Perugino, lavora a Città di Castello e a soli quindici anni ha piena padronanza nella gestione della bottega paterna. A inizio ‘500, il giovane è già tra gli artisti più richiesti in Umbria; dopo brevi soggiorni a Firenze e Roma, raggiunge Pinturicchio (1454-1513) a Siena e realizza per l’amico alcuni cartoni destinati agli affreschi della Libreria Piccolomini ambiente monumentale della cattedrale di Siena. Nel 1504, anno del celebre Sposalizio della Vergine, si trasferisce a Firenze, la vicinanza di Leonardo e Michelangelo si nota  nelle opere di devozione privata e nei ritratti per ricchi borghesi. Nel 1507, realizza la Deposizione Baglioni, altra svolta verso i futuri esiti degli anni romani.

raffaello libreria piccolomini

Raffaello Libreria Piccolomini Siena

 

raffaello sposalizio vergine

Sposalizio della Vergine

 

pala baglioni deposizione

Deposizione Pala Baglioni

Dalla fine del 1508, Giulio II lo chiama a Roma e qui, Raffaello, con una scelta squadra di collaboratori, crea i celeberrimi capolavori fra cui le Stanze e le Logge Vaticane, la Loggia di Psiche a Villa Chigi, nonché cicli di arazzi per papa Leone X.

 

raffaello stanze vaticane scuola atene

Stanze Vaticane Scuola Atene 

 

Dopo la morte dell’amico Bramante, nel 1514, il pittore eredita l’incarico di architetto capo per la fabbrica di San Pietro, progetta la Cappella Chigi (Santa Maria del Popolo) e Villa Madama. Con atteggiamento da archeologo, Raffaello si occupa anche degli scavi dell’antica Roma, e censisce  il patrimonio sotterrato.

raffaello cappell chigi s maria popolo

Cappella Chigi

Tra le ultime opere, il ritratto della sua amata, la Fornarina e la Trasfigurazione, una grande pala d’altare terminata dal suo aiuto più fidato, il pittore Giulio Romano (1499-1546). Alla sua morte, come ricorda il Vasari, l’opera fu portata dai suoi allievi davanti al letto. Per suo volere, Raffaello fu sepolto al Pantheon di Roma.

fornarina

La Fornarina Del suo sguardo dolce e della sua posa romantica sarebbe rimasto folgorato fino a innamorarsene

Era giovane e bello, leggiamo in un articolo de Il Sole 24 ore, un grande artista al culmine della sua fama e della sua fortuna, conteso da papi e da principi, amico di poeti e letterati; era gentile con tutti, incapace di dipingere se non aveva accanto a sé la donna che amava. E muore giovane, a soli 37 anni. Era Raffaello. Vasari ce ne offre, nelle Vite, un ritratto indimenticabile. «Non meno eccellente che grazioso», egli scrive «non visse da pittore, ma da principe»; la natura, che già si era fatta vincere nell’arte da Michelangelo, «volse ancora per Rafaello esser vinta dall’arte e da i costumi… sicurissimamente può dirsi che i possessori delle dote di Rafaello, non sono uomini semplicemente, ma dei mortali».

raffaelo suo ritratto

nobiltà e la bellezza di Raffaello

Perugino ancor oggi ritenuto il principale maestro di Raffaello, in  Philippe Daverio (Passepartout. Firenze VS Bruges). Artista umbro, formato nel verbo di Piero della Francesca e poi a Firenze, con Andrea del Verrocchio, dopo importanti commesse, Perugino fu chiamato a Roma per affrescare nella Cappella Sistina la Consegna delle chiavi (1481-82), un successo che fece della sua bottega la più prestigiosa dell’Italia rinascimentale. Rientrato a Firenze la maturità del pittore che già pregevole ritrattista, ora propone la sua cifra di ideale femminile elegante e sentimentale, peculiare delle sue Madonne e di quelle del giovane Raffaello

 

Alcune curiosità su Raffaello Pittore e basta. O quasi
Raffaello si differenzia da altri geni del suo tempo – Leonardo e Michelangelo in primis – perché limita il suo campo d’azione a sole due discipline: la pittura, che è la sua principale attività, e l’architettura, che studia per integrare la prima. Oltre a prendere il posto di Bramante come architetto della Fabbrica di San Pietro, viene incaricato nel 2018 da Leone X di progettare Villa Madama, oltre il Tevere. Si tratta di una villa rinascimentale rielaborata da suggestioni antiche, ed è il suo progetto architettonico più grandioso.

 

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Il mondo antico
Raffaello si confronta col “paragone de li antichi” per tutta la durata della sua carriera. Non solo per trarre ispirazione per le proprie opere e per i propri progetti, ma anche per soddisfare le richieste del Papa de’ Medici: sempre nel 1518 Leone X gli affida infatti la realizzazione di una pianta di Roma imperiale, da redigere con l’ausilio dell’umanista Baldassarre Castiglione.

 

roma antica

 

Influenza la storia dell’arte occidentale
L’opera di Raffaello ha avuto un’eco notevole su tutta la produzione artistica occidentale. Per esempio il suo stile influenza la nascita e lo sviluppo del manierismo, anche grazie agli allievi della sua bottega, che finiscono per lavorare presso diverse corti europee. E poi, molti artisti dei secoli successivi si ispirano alle sue opere. Tra questi: i Carracci, Guido Reni, Caravaggio, Rubens, Velasquez, Ingres e Delacroix, finanche Manet e Dalì.

Amare il verde

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Piante+della+macchia+Pino+d’Aleppo

In epoca arcaica il pino era consacrato a Rea, la Grande Madre. Successivamente fu collegato al. mito della ninfa Pitis, trasformata in albero dopo che fu uccisa da Borea per aver scelto il dio Pan. come sposo, il pino fu anche sacro a Dioniso.

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Qualcosa di particolare…il giardino incantato a Giverny…in mostra a Roma.

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Giuseppe Fantasia Giornalista ci introduce nel giardino incantato di Monet…

“Dopo una vita passata a scoprire luoghi e a conoscere persone in giro per il mondo, a poco più di quarant’anni, Claude Monet (1840-1926), decise di trasferirsi in Normandia, nel villaggio di Giverny. All’epoca, quello che poi diventò il suo celebre giardino – ancora oggi uno dei più visitati e sede del museo/fondazione che porta il suo nome – era soltanto un’idea, ma che ben presto, grazie alla cura, alla passione e alla pazienza, riuscì a trasformare in realtà. Dieci anni dopo, deviando l’acqua del fiume Epte, si fece costruire anche il famoso laghetto delle ninfee, prendendo come spunto i motivi delle stampe giapponesi, all’epoca molto diffuse a Parigi e da lui molto amate perché capaci di dare la giusta importanza ai colori e alla luce. Quel grande spazio pieno di ninfee e di altre piante acquatiche, di alberi e di fiori, quel posto magico con il suggestivo ponte sospeso tra due chiostre di salici, non rappresentò soltanto l’espressione di un elemento biografico, ma assieme all’ambiente circostante, divenne il suo personale laboratorio pittorico en plein air. C’erano anche grandi spazi all’interno di quell’elegante villa color rosa pastello con le persiane verdi, ma Monet, tempo e salute permettendo, amava stare all’aperto per dipingere a stretto contatto con la natura, un po’ come tutti i suoi colleghi Impressionisti di cui è stato ed è uno dei simboli indiscussi.”

 

La mostra di Monet a Roma racconta tutta l’opera del padre dell’Impressionismo

Monet mostra Roma

di  Simona Denise Deiana

“….excursus completo delle opere e della carriera dell’artista: dai primissimi lavori, alle celebri caricature della fine degli anni Cinquanta dell’Ottocento, attraverso i paesaggi rurali e urbani di Londra, Parigi, Vétheuil, Pourville, ai ritratti dei figli, alle tele dedicate agli amatissimi fiori del suo giardino (rose, glicini, agapanti) fino alla inquietante modernità dei salici piangenti, del viale delle rose e del ponticello giapponese, per arrivare alle monumentali Ninfee e Glicini. Sono tutte opere che il maestro aveva scelto di tenere nella sua casa atelier, risalenti a ogni suo periodo e per questo in grado di rendere conto delle molteplici  sfaccettature del suo lavoro, restituendo la sua ricchezza artistica. Molte delle tele in mostra rappresentano proprio i giardini della casa di Giverny che Monet amava e curava personalmente. Quelli stessi giardini che il pittore considerava, così come la natura, il suo studio oltre che la sua ispirazione.”

“Monet ha trasformato la pittura en plein air in rituale di vita e – tra la luce assoluta e la pioggia fitta, tra le minime variazioni atmosferiche e l’impero del sole – riuscì a tramutare i colori in tocchi purissimi di energia, riuscendo nelle sue tele a dissolvere l’unità razionale della natura in un flusso indistinto, effimero eppure abbagliante.”

 

Gli straordinari paesaggi impressionisti di Monet

da Dominella Trunfio

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La mostra, molto ricca, è curata da Marianne Mathieu che vuole celebrare uno dei massimi esponenti dell’Impressionismo francese in tutte le sue sfaccettature.Dai primissimi lavori, le celebri caricature della fine degli anni 50 dell’800, attraverso i paesaggi rurali e urbani di Londra, Parigi, Vétheuil, Pourville, ai ritratti dei figli, alle tele dedicate ai fiori del suo giardino come rose e glicini, fino alla inquietante modernità dei salici piangenti, del viale delle rose o del ponticello giapponese, per arrivare alle monumentali ninfee e glicini.

 

Tobino ed il suo particolare romanzo

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Dal blog Il mio mondo della lettura – Letture senza tempo, mi riallaccio al motto “Leggere è libertà, come amare o sognare…” – Pennac –

Ho riletto “Il perduto amore”, uno dei romanzi scritti dall’autore lucchese, nel mio rifugio in Umbria, al fresco della passeggiata della Rocca

Mario Tobino, Il perduto amore, Mondadori, 1979 PREMIO STREGA

La prima edizione Mondadori uscì nel gennaio 1979 , seguita da una seconda edizione nel febbraio successivo. L’ho voluto riprendere in mano per una seconda lettura, perché Tobino graffia lo specchio dell’anima.

Ma cosa è il perduto? Anche in amore può esserci il perduto? O c’è soltanto il vissuto? Forse è il vissuto che ci distanzia dal perdere gli amori e la vita. Così Pierfranco Bruni :”La letteratura è uno scordare e un ritrovare. Un dimenticare e un recuperare. Lo sguardo degli occhi sconfitti dallo specchio nella letteratura di Mario Tobino sono una costante esclamazione. Mai un interrogativo. Dirà in alcuni versi dedicati alla madre in una poesia “A mia madre”: “ero forte solo di pensieri,/ ricco solo d’amore”

L’amore di cui parla Tobino nasce in tempo di guerra sul fronte libico, la tragedia accade all’inizio, quando casualmente, nell’ospedale da campo 129, da una pistola di un tenente medico parte un colpo che uccide un altro tenente medico. È l’occasione perché la “bella, fatale” infermiera contessina Romana Augusta Ludovisi, detta Dedé, e il protagonista, il tenente medico Alfredo, “quello che delle volte zoppica un poco”, si conoscano. Alfredo (ancora una volta personaggio autobiografico: “con i propositi che si era sempre fatto di non sposarsi per dedicarsi alla sua passione letteraria”) è stato trasferito da pochi giorni al campo, dal fronte marmarico, dove le schegge di una bomba lo hanno ferito, e mal si adatta a quella vita così differente: mancano il calore, la solidarietà, la confidenza presenti invece sul campo di battaglia: “Non mi ci ritrovo in questo ospedale.”

Soltanto quando fa visita ai feriti, che hanno combattuto come lui sul fronte, il suo carattere si trasforma e diventa gioviale, pronto a scoprire e a sollevare l’animo dei soldati. Ritroviamo in questo ritratto il medico Tobino che visita le sue malate febbricitanti di follia nel manicomio di Lucca, amorevole e solidale, come era stato anche il tenente medico Marcello ne “Il deserto della Libia”.

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